Collettivo La Rosa Bianca di Rozzano
“Esattamente che cosa morirà e che cosa sussisterà della civiltà attuale? In quali condizioni, in quale senso la storia si svolgerà in seguito? Questi quesiti sono insolubili. Ciò che noi sappiamo sin d’ora è che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e di agire. La civiltà attuale, della quale i nostri discendenti raccoglieranno sicuramente in eredità almeno dei frammenti, contiene, lo avvertiamo fin troppo, quanto basta per schiacciare l’uomo; ma contiene anche, almeno in germe, qualcosa che può liberarlo”. Simone Weil
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Cultivo una rosa blanca. En julio como en enero. Para el amigo sincero. Que me da su mano franca. Y para el cruel que me arranca. El corazĂłn con que vivo. Con los pobres de la tierra
Quiero yo mi suerte echar.
El arroyo de la sierra
Me complace más que el mar.
Josè Martì - 09101967
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di Eleonora De Bernardi, il manifesto.
Milano multietnica esiste e resiste. Lo si è visto ieri pomeriggio nella prima visita guidata nella Milano degli stranieri organizzata da Insieme nelle Terre di mezzo Onlus , associazione nata al fianco del giornale di strada omonimo. Nei centri del Naga e del San Fedele infatti il microfono è passato nelle mani di due ex «clandestini», persone che hanno vissuto la paura di essere fermati anche quando facevano cose legali come andare al lavoro o dal medico.
Sono stati loro a prendere la parola e a raccontare ad una platea di milanesi com'è
L'idea di fondo di questa prima tappa del ciclo di incontri «Milano, razza di città» finanziata dalla Fondazione Cariplo e dal Ciessevi, è quella di mostrare una faccia nascosta del capoluogo lombardo: non quella della Madonnina e del Castello sforzesco. Né la città dei «bus della vergogna», delle sparate razziste del leghista Salvini e delle spranghe che hanno ucciso il giovane Abba, cittadino italiano di origine senegalese, morto il 14 settembre 2008.
Le luci saranno puntate invece sulla città degli stranieri, migliaia, che vivono e lavorano al fianco dei milanesi doc, e che hanno contribuito a dare alla città l'aspetto che ha oggi: una metropoli europea che si sta trasformando grazie allo scambio e alla contaminazione di persone e culture diverse.
Un città che sa essere tanto inadeguata per colpa di leggi, disservizi e razzismi trasversali quanto ancora attraente per persone in cerca di lavoro e fortuna, in fuga da guerre o in viaggio. Sono loro le guide turistiche di questa Milano tanto attuale quanto inedita, a raccontare le difficoltà della vita quotidiana, ma anche gli aneddoti e le avventure a lieto fine, i luoghi di ritrovo e la storia della loro comunità.
«Questa iniziativa - spiega Carlo Giorgi ex direttore di Terre di mezzo tra gli ideatori del progetto - vuole essere un'occasione di scambio tra cittadini italiani e stranieri in un momento in cui sempre più spesso torna a farsi viva la paura verso tutto ciò che è straniero ». L'invito a partecipare è rivolto a tutti, non solo a persone già sensibili al tema dell'immigrazione. «Non si lanceranno solo denunce, insomma, ma si mostreranno anche luoghi ed esperienze poco note ma interessanti, come in ogni visita turistica che si rispetti».
Le prossime cinque tappe porteranno nei luoghi di culto degli stranieri (12 dicembre), nella Chinatown guidati da un cinese di seconda generazione (14 febbraio), nella Milano della cultura e dell'intrattenimento d'origine straniera o ancora attraverso la città sempre meno nascosta degli imprenditori immigrati, che producono l'8% del Pil nazionale (13 marzo), fino alla zona più multietnica, via Padova (maggio).
Info e iscrizioni: volontarimilano@terre.it oppure 02-58118328.
L'uccisione di Abdul Guibre a Milano, l'aggressione a Emmanuel Bonsu a Parma, l'attentato incendiario a Navtej Singh a Roma sono violenze razziste che ricordano in molti: la loro gravità è tale che i media non hanno potuto ignorarle. Il punto è: sono casi "isolati", come qualcuno vuole farci credere minimizzando ciò che sta succedendo nel nostro paese, o si collocano in un contesto politico e culturale che tende a legittimare la xenofobia e il razzismo e, conseguentemente, a giustificare, quando non ad incoraggiare, atti e comportamenti sociali intolleranti e razzisti?
I casi di intolleranza e razzismo riportati dai media dal gennaio
I disagi economici e sociali che interessano fasce sempre più ampie della popolazione possono spiegare da soli la diffusione dei sentimenti xenofobi e razzisti? Sicuramente esiste nel nostro paese una "questione sociale" che è stata e continua ad essere rimossa dai governi di qualsiasi colore. Un rilancio delle politiche di inclusione sociale per tutti e tutte e una distribuzione più equa delle risorse disponibili ridurrebbero forse l'esigenza di individuare nuovi nemici e capri espiatori. Ma vi è un di più che va cercato nel ruolo svolto dagli attori politici e mediatici che influenzano più di altri l'orientamento dell'opinione pubblica e, dunque, sono in grado di condizionare in modo significativo l'agire sociale.
Già a partire dal maggio 2007 alcune voci isolate denunciarono come l'utilizzo strumentale della paura (e della sua presunta percezione diffusa) da parte di alcune aree della sinistra rischiasse di aprire la strada all'intolleranza e al razzismo: l'antico nesso di causalità tra immigrazione e criminalità fu infatti riproposto in modo ossessivo. La collocazione delle politiche migratorie e sull'immigrazione nell'ambito esclusivo delle politiche sulla sicurezza, ha raggiunto con l'ultimo pacchetto sicurezza un livello inedito. Ma l'attuale governo ha fatto qualcosa di più. E' riuscito a trasformare in senso comune l'idea che la presenza di donne e uomini nati altrove mette in pericolo i diritti dei cittadini italiani (alla "sicurezza", alla salute, alle prestazioni sociali, all'istruzione, all'abitare). Parallelamente, sui media è tornata a prevalere una rappresentazione stigmatizzante dei migranti grazie alla selezione mirata delle notizie che li vedono coinvolti in fatti di cronaca nera. Vi è una specularità tra la norma contenuta nella legge 125/2008, che ha introdotto l'aggravante di un terzo della pena per il cittadino straniero irregolare, e le modalità con le quali la stampa si è occupata, ad esempio, della violenza perpetrata ai danni di una giovane quattordicenne a Roma presso il parco della Caffarella (14/02/2009). Il caso ha occupato a lungo le prime pagine dei media nazionali con le foto di due cittadini rumeni, presunti colpevoli risultati poi innocenti, accompagnate da dati sulla criminalità, parziali quando non fuorvianti, il cui unico scopo era dimostrare la maggiore propensione dei migranti alla devianza. Altre violenze sessuali compiute da italiani ai danni di minori nello stesso periodo, sono rimaste invece confinate nelle pagine dei quotidiani locali.
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di Federica Sossi, il manifesto
(di Federica Sossi, si legga l’interessante “Migrare” edito da Il Saggiatore)
«C'è poco da rallegrarsi. Siamo stati sotto processo per cinque anni, soltanto per aver salvato delle vite umane». Commenta così Elias Bierdel la decisione del Tribunale di Agrigento che assolve con formula piena dall'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina Stefan Schmidt, Vladimir Dachkevitce e lo stesso Bierdel, rispettivamente comandante della nave, primo ufficiale e presidente dell'associazione umanitaria Cap Anamur per la vicenda che li aveva visti coinvolti nel salvataggio di 37 naufraghi nel Canale di Sicilia.
Era il 20 giugno 2004 quando l'equipaggio della nave tedesca Cap Anamur, dell'omonima organizzazione non governativa con sede a Colonia, soccorreva in acque internazionali, tra Lampedusa, Malta e
Le accuse di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per i responsabili della vicenda, arrestati e poi processati per direttissima, mura, reti, stanzoni in cemento senza comunicazione con l'esterno, pullman per i trasferimenti da una detenzione all'altra per i naufraghi, sino all'aereo dell'espulsione finale: tutti in Ghana, da dove secondo l'allora ministro dell'interno Pisanu erano arrivati, nonostante le loro richieste d'asilo, nonostante le proteste dell'Onu, e in tutta fretta, il giorno prima che
Poco di cui rallegrarsi se si pensa all'intera vicenda e ad essa come punto d'inizio di tutto quello che ne è conseguito. Naufraghi, continuava a chiamare le 37 persone che la sua associazione aveva soccorso Elias Bierdel; forse profughi, dal momento che molti di loro si dichiaravano sudanesi, sussurravano tra le righe alcuni dei giornalisti della stampa internazionale e nazionale che per più di un mese avevano seguito l'odissea; naufraghi, comunque vivi, forse profughi, ma per ora clandestini, forse addirittura terroristi aveva invece cominciato a dichiarare il ministro dell'interno italiano. E da lì l'idea che essere non migranti morti e vittime, ma naufraghi forse colpevoli, comunque vivi e ingombranti, migranti, dunque, di cui disfarsi senza tanti problemi di umanità ha iniziato a insinuarsi permettendo via via, naufragio dopo naufragio, non soccorso dopo non soccorso, caso diplomatico dopo caso diplomatico, processo per favoreggiamento dopo processo per favoreggiamento, respingimento dopo respingimento, la situazione attuale: il nuovo centro di detenzione dell'isola di Lampedusa vuoto, pochi i migranti in arrivo, cinque qua e là, sopravvissuti agli innumerevoli non soccorsi più o meno istituzionali in acque più o meno internazionali e comunque mai riconosciute come nazionali dagli stati che dovrebbero intervenire, e uomini, donne, bambini, neonati, nei numerosi campi di concentramento libici, ben finanziati dall'Italia per permettere i lavori forzati, i maltrattamenti, le violenze sessuali, gli aborti a colpi di manganello, spesso anche le uccisioni di cui si ha ormai documentata e quotidiana notizia.
Poco di cui rallegrarsi, ma un lieve sorriso di approvazione per una sentenza che nel nazivelinismo dell'Italia attuale ristabilisce una semplice verità: i naufraghi sono naufraghi, vite umane che in quanto tali vanno salvate. Un grazie alla Cap Anamur per averla ribadita, con tutta l'ostinazione necessaria quando le verità di fondo vanno perdute.
Da babelblog di Cinzia Gubbini
Prendi una persona e rendila un delinquente. O meglio, per non usare toni cruenti, una persona che delinque. E’ quello che accade quotidianamente in Italia.
L’ennesima ricerca sul tema “immigrazione-criminalità” (non sono mai abbastanza, per la verità) ribadisce un concetto che fatica a penetrare nel dibattito pubblico: il più alto tasso di criminalità rispetto agli italiani non si riscontra tra gli immigrati in generale, ma tra gli immigrati irregolari che incidono per l’80% sul totale delle denunce.
E non solo: tra questi le denunce relativa alla clandestinità – cioè al fatto stesso di stare in Italia senza un permesso di soggiorno – pesano per un quarto.
La ricerca è stata presentata ieri a Roma ed è stata realizzata dalla Caritas Migrantes in collaborazione con Redattore sociale (Qui il testo completo della ricerca) in occasione della presentazione del Dossier Immigrazione 2009.
Va detto che una differenza tra italiani e stranieri esiste: se il tasso di criminalità tra gli italiani è pari allo 0,65%, quello tra gli stranieri oscilla tra l’1,23% e l’1,40%. Ma osserviamo i dati con più attenzione. La differenza tra italiani e stranieri, scrive
Non solo: gli italiani sono notoriamente in media più anziani degli immigrati. Dunque, se tra gli italiani i giovani tra i 18 e i 44 anni fossero il 92,5% del totale ecco che anche la popolazione italiana arriverebbe a un tasso di criminalità dell’1,02%.
Ma ciò che qui interessa osservare è come la ricerca della Caritas evidenzi in modo inequivocabile che un regolare permesso di soggiorno e la possibilità di consolidare un percorso di integrazione (per il quale in media i migranti devono aspettare i 40 anni…) sono il più sicuro antidoto contro derive criminogene.
Ancora: i reati in cui le denunce contro gli immigrati superano quelle contro gli italiani riguardano alcuni crimini molto gravi (incidono per l’81,7% nelle denunce su tratta e commercio di schiavi) ma molto meno degli italiani in alcune fattispecie di reato che – nel senso comune – invece caratterizzano l’immigrato. Qualche esempio: incidono solo per il 39,5% nelle denunce di furto, per il 37% nelle denunce per rissa, per il 34% nelle denunce inerenti gli stupefacenti. Per percentuali irrisorie, invece, su altri tipi di reati quali le rapine in banca (3%) o l’associazione per delinquere (10%).
Qui non si vuole sostenere che i migranti siano tutti buoni o addirittura migliori degli italiani (d’altronde non si vede perché dovrebbe essere così). Ma che il fatto solo di aver deciso di lasciare il proprio paese natale per costruirsi una vita altrove – condizione piuttosto diffusa nella nostra epoca – subisce una vera e propria criminalizzazione.
Un recente sondaggio dell’Ipsos rilevava che per sei italiani su dieci l’immigrazione porta delinquenza. Qualcuno dovrebbe condurre una ricerca dettagliata su quanti voti questa bugia porti ai partiti che la sostengono.
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Il Dopo
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Meno domande del previsto per la regolarizzazione di colf e assistenti familiari. Colpa dei troppi paletti e pericoli disseminati sulla strada della sanatoria. Ma anche del clima politico che ha accompagnato il provvedimento. Di Grazia Naletto, www.sbilanciamoci.info
La regolarizzazione “selettiva” sta per volgere al termine. Chi non lo avesse ancora fatto, ed è titolare dei requisiti necessari, ha tempo fino al 30 settembre per regolarizzare la posizione lavorativa di una collaboratrice domestica o di un massimo di due assistenti familiari. Benché il provvedimento riguardi formalmente tutti i lavoratori del settore, nei fatti sta interessando prevalentemente donne di origine straniera. Sinora le domande presentate risultano molto inferiori alle 500-600.000 attese dal ministero degli Interni: sono 151.703 secondo i dati ufficiali aggiornati al 22 settembre, in maggioranza relative a collaboratrici domestiche (88.008). Sebbene i dati degli ultimi giorni registrino un aumento, difficilmente il dato definitivo confermerà le previsioni e raggiungerà le 341.121 domande di regolarizzazione presentate nel 2002 solo per il lavoro domestico.
I motivi che possono spiegare questo risultato sono molteplici. In primo luogo la tipologia dei requisiti richiesti.
1) Il versamento di un contributo forfettario di 500 euro da parte del datore di lavoro è in realtà pagato nella quasi totalità dei casi dagli stessi lavoratori e in caso di mancato accoglimento della domanda non sarà restituito. Non tutti sono disponibili a rischiare.
2) Per l’assunzione di una collaboratrice domestica il reddito imponibile minimo richiesto (20.000 euro) sale a 25.000 euro se il datore di lavoro non lo raggiunge autonomamente e deve integrarlo con quello di un altro familiare convivente.
3) Il tetto minimo di 20 ore di lavoro settimanali. La forma di collaborazione domestica più diffusa è quella “a ore”, in media tra le quattro e le sei ore settimanali: per raggiungere il minimo di 20 ore la lavoratrice deve avere in corso almeno 3-4 rapporti di lavoro. La regolarizzazione in corso, a differenza di quella del 2002, non consente di cumulare diversi rapporti di lavoro: la domanda deve essere presentata da un unico datore di lavoro per un minimo di 20 ore settimanali.
4) La necessità di indicare il domicilio (che dovrà risultare “idoneo” al momento della stipula del contratto di soggiorno) costituisce un altro ostacolo rilevante: per legge il cittadino straniero non può stipulare un contratto di locazione se non è titolare del permesso di soggiorno. Se non convive con il proprio datore di lavoro, è “ospite” di proprietari che affittano al nero oppure vive in alloggi il cui contratto di locazione è intestato a qualcun altro. In entrambi i casi, spesso si tratta di abitazioni precarie e/o sovraffollate: chi “ospita” può avere una certa reticenza a dichiarare alle autorità di pubblica sicurezza, entro 48 ore dalla presentazione della domanda, di ospitare un cittadino straniero privo di permesso di soggiorno.
Ma forse la ragione principale è un’altra. La retorica sicuritaria e esplicitamente xenofoba che ha accompagnato l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale e il complesso delle norme che inaspriscono la disciplina sull’immigrazione, ultima la legge 94/2009, ha contribuito da un lato a diffondere nelle famiglie la paura di “esporsi” (“se la domanda di regolarizzazione non viene accettata che cosa succede?” è una delle domande più ricorrenti) dall’altro ad alimentare il razzismo diffuso. E il razzismo certo non favorisce la tutela dei diritti.
Si dirà: si tratta comunque di un provvedimento positivo che consente a migliaia di persone straniere di uscire dall’invisibilità. E’ vero, ma c’è un piccolo “dettaglio”: esclude le migliaia di lavoratori stranieri che lavorano al nero nel settore agricolo, in quello edile, turistico e della ristorazione nonché in molte piccole imprese manifatturiere. Secondo il ministro Sacconi, sponsor della “regolarizzazione selettiva”, “Il nostro mercato del lavoro non sarebbe in grado di recepire in questo momento in modo sostenibile altre professionalità anzi, nell’interesse degli stessi immigrati che già sono qui e che spesso sono costretti all’inattività o alla disoccupazione dalla grande recessione globale noi dobbiamo contenere gli ingressi con riferimento proprio a queste professioni”.
I provvedimenti di regolarizzazione riguardano però per definizione persone che sono già presenti in Italia e che già lavorano, seppure al nero: si tratta di persone già inserite nel mercato del lavoro ma “invisibili” perché prive di contratto di lavoro, non certo per loro scelta.
E’ stata ventilata la possibilità, da parte di alcuni membri del governo, di un prossimo provvedimento specificamente rivolto a sanare questi lavoratori. E’ augurabile che arrivi al più presto: nell’attuale contesto l’introduzione di quel meccanismo di regolarizzazione ordinaria (non legato cioè a provvedimenti una tantum), richiesto da tempo da giuristi democratici e associazioni antirazziste, è purtroppo destinata a rimanere un’utopia. Non c’è, infatti, nessuna ragione che possa spiegare perché due lavoratori debbano essere trattati in modo diverso a seconda del settore in cui operano. Di certo non costituisce un motivo convincente il modello di welfare familistico che ha in mente il ministro Sacconi che tende a scaricare sulle famiglie e sulle assistenti familiari i costi del progressivo smantellamento delle politiche sociali.
Uno schieramento ampio di migranti, associazioni antirazziste, sindacati e movimenti tornerà in piazza il 17 ottobre con una manifestazione nazionale contro il razzismo per denunciare l’ingiustizia di questo provvedimento discriminatorio e delle altre norme che compongono il pacchetto sicurezza. E’ importante esserci e far partecipare. Per informazioni: http://www.17ottobreantirazzista.org.
1. INSOPPORTABILE l'essere visti e il vedere.
a. Insopportabile essere visti.
I poveri ti guardano. I più poveri guardano.
Insopportabili tutte e due.
* non riesco a sopportare, come già mi capitava in fabbrica ed in quartiere, che i poveri mi vedano, mi guardino.
Il loro sguardo è per me provocatore di immensa vergogna.
Tra me e loro il grande abisso del cibo, della casa, della cultura attiva. Incolmabile.
Peggio poi se mi guardano con speranza, amicizia, fraternità profonda.
Sento in me la vergogna del privilegio.
Privilegio del cibo; un bimbo che mi guarda mentre mangio, riposo, scrivo, parlo.
Insopportabile.
Sono stato nutrito di cibo, di amore, di capacità di relazione, ritmo, scrittura, pensiero attivo.
Loro sono stati nutriti di fame, di rabbia, di non relazione o di relazioni violente, di disordine, di analfabetizzazione, di pensiero passivo.
Questo è insopportabile e mi riempie di paura. Queste masse di poveri fanno paura...
** Non riesco a sopportare i più poveri che guardano.
Essi non ti guardano. Guardano solo. Il loro sguardo fisso nel vuoto. Gli occhi fermi, gonfi, vitrei. Mi ricordo di un fax in cui descrivevo questo.
Segno di grande espropriazione dell'umano, della grande marcia dell'umanità per acquisire il pensiero astratto ed esprimerlo in vari modi.
b. Insopportabile il vedere, ma anche l'udire. Che cosa?
La lista sarebbe lunga. E la parola “insopportabile” sarebbe insufficiente.
Tento qualche esempio:
* insopportabile vedere la fame, la disperazione, i modelli di vita imposti, la vita dei bimbi rotta fin da piccoli, con un unico modello da imitare.
** insopportabile fino al vomito il collegare queste cose con le decisioni di investimento. Il pensare che queste cose son decise in alto (Fondo Monetario, Banca Mondiale e loro servi) fa cambiare la circolazione del sangue.
*** insopportabile udire “da giorni mangiamo solo tortilla e sale”, “mi hanno licenziato e non so... mi porteranno via la casa....”, “il latte è aumentato a 7,25 colones al litro” (=2 ore di lavoro salariato, è come se da noi il latte costasse 16.000 lire al litro!), eccetera.
**** insopportabile udire le grida e i fischi e gli insulti delle bande giovanili, iceberg dell'ormai evidente decisione di abbandonare masse di persone al disfacimento.
***** ...fino alla insopportabile per chiunque di noi visione di un bimbo di due mesi che sta per morire a causa di...
2. INDISPENSABILE l'uso preciso, continuo, rabbioso, profondo dell'intelligenza attiva.
Di fronte a questa insopportabilità non mi sembra ci siano altre strade al di fuori che queste tre;
* la strada del far finta di niente; del dire che non si può far nulla, che non serve a nulla reagire, che - tanto - o si cambia tutto o non si può cambiare nulla, che quello che fai se lo riprendono subito loro; del dire e pensare che ciascuno è quello che è, e chiuso; che siamo tutti nella stessa barca e che non si ha tempo per...
** la strada dell'inabissarsi in questo abisso perdendosi in esso e lasciandosi morire in esso... Sapendo però che sempre si troverà un abisso più sotto, irraggiungibile da parte nostra, per ora.
*** la strada dell'uso spietato dell'intelligenza per creare - come si diceva una volta - segni di contraddizione, che siano memoria di una umanità tra gli umani, che siano contemporaneamente un nuovo modello luminoso ed obbligatoriamente breve del vivere sociale...
Avendo io scelto qui questa strada, in essa debbo soffrire e servire. Individuare le nuove creazioni ed i nuovi soggetti, “ripartire loro il cibo al tempo opportuno”. Per far questo occorre un cuore viscerale ed una intelligenza freddissima e puntuale. Ripartendo dai punti di base della osservazione scientifica della realtà, dando strumenti, inventando strade, programmando a lungo periodo...
3. IMMATERIALE
L'uso freddo e preciso della ragione scientifica, a questo punto della storia
dell'umanità e della San Roque, dice che è finito il tempo delle cose dette al numero 2.
Meglio chiudere, dice la ragione.
È prudente, intelligente, meno opprimente.
Se ci si ferma a quello che si vede, oggetto dell'osservazione scientifica, questo è certissimo: meglio chiudere.
Cosa vuoi fare con questi poveri che diminuiscono ogni giorno di numero e di ore non espropriate dalla vendita della forza lavoro e che vanno ad ingrossare le fila dei più poveri e dei rifiuti ?
Non si può far niente.
Non ne cavi un ragno dal buco, non riesci a fare 2 + 2... Un attimo che abbandoni la tensione, un attimo che te ne vai e tutto precipita o sembra precipitare nel girare a vuoto o nel litigio...
La ragione dice che è meglio farli tornare a casa e noi tornare a casa.
Se si guarda a quello che si vede , è così.
Se si guarda a quello che con fede esiste, allora le cose cambiano.
Ci sono delle cose che non sai come spiegare, ma che esistono: una di queste è l'energia inesauribile, inedita, che i poveri e i più poveri hanno dentro: l'energia del non rinunciare al cammino nuovo assaporato e visto.
«Perché - dicono meravigliati - vuoi chiudere tutto? Proprio adesso che abbiamo incominciato un cammino nuovo...?» Non riesco a capire da dove vengono queste energie. Solo la lettera prima di Paolo ai Corinzi (1° capitolo, dal versetto
“Fijense...” comincia Paolo. Fijense è una traduzione latino americana molto bella del verbo “rendersi conto”; vuol dire “fissati bene in testa”, “poni molta attenzione”...
«Guardate tra voi, fratelli. Chi sono quelli che Dio ha chiamati? Vi sono forse tra voi, dal punto di vista umano, molti sapienti o molti potenti o molti personaggi importanti? No! Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignoranti, per coprire di vergogna i sapienti; ha scelto quelli che gli uomini considerano deboli, per distruggere quelli che si credono forti. Dio ha scelto quelli che, nel mondo, non hanno importanza e sono disprezzati o considerati come se non esistessero, per distruggere quelli che pensano di valere qualcosa».
Questa è una questione immateriale. Direi - con altre parole - spirituale. Forse meglio si può dire irrazionale. Non raggiungibile con la pura ragione di un gruppo umano che osserva scientificamente la realtà.
Fijense. Mettetevi bene in testa l'immaterialità...
Don Cesare Sommariva
Collettivo
Qualche anno fa abbiamo “sconvolto” qualcuno
con questa immagine:

- un pomeriggio alla settimana per fare i compiti con i ragazzi della scuola media al Dopo
- una sera alla settimana per insegnare in un corso di italiano con i migranti della Scuola Popolare
L’immagine che abbiamo scelto per rappresentarci ora
è questa:

Vuol dire che pensiamo che tutti devono farsi carico
del destino del territorio in cui vivono.
Se hai voglia di impegnarti con noi contattatici
agli indirizzi che trovi qui:
Pensiamo che i due gruppi, Scuola Popolare Migranti e Dopo La Scuola, quest'anno dovrebbero avere un percorso di riflessione/formazione condiviso nel corso dell’anno per potere analizzare e riflettere meglio sulla propria azione avendo una sorta di griglia di analisi comune.
Ci sono allora venuti in mente 4 verbi presi da una poesia intitolata Vida, Oficios scritta da un poeta salvadoregno che si chiamava Roque Dal ton:
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Insoslayable para la vida, la nueva vida me amanece: es un pequeño sol con raíces que habré de regar mucho e impulsar a que juegue su propio ataque contra la cizaña. Pequeño y pobre pan de la solidaridad, bandera contra el frío, agua fresca para la sangre: elementos maternos que no deben alejarse del corazón. Y contra la melancolía, la confianza; contra la desesperación, la voz del pueblo vibrando en las ventanas de esta casa secreta. Descubrir, descifrar, articular, poner en marcha: viejos oficios de los libertadores y los mártires que ahora son nuestras obligaciones y que andan por allí contándonos los pasos: del desayuno al sueño, del sigilo en sigilo, de acción en acción, de vida en vida. |
Ineludibile per la vita, la nuova vita sorge in me: è un piccolo sole con radici che dovrà radicarsi molto e spingere a giocare il suo proprio attacco alla erbaccia. Piccolo e povero pane di solidarietà, bandiera contro il freddo, acqua fresca per il sangue: elementi materni che non devono sfuggire dal cuore. E contro la malinconia, la fiducia; contro la disperazione, la voce del popolo vibrando sulle finestre di questa casa segreta. Scoprire, decifrare, articolare, porre in marcia: vecchi compiti di liberatori e martiri che ora sono nostri obblighi e che vanno per di là contandoci i passi: dalla colazione al sonno, di sigillo in sigillo, di azione in azione, di vita in vita. |
Gli obiettivi potrebbero essere:
1. Farsi un’immagine meno ingenua della realtà sociale (sia a livello micro che a livello macro);
2. Chiarirsi rispetto al messaggio comune che vogliamo dare al quartiere;
3. Capire quali sono le forme reali per un maggiore coinvolgimento degli abitanti del territorio.
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1. Descubrir |
2. Descifrar |
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Vuol dire - scoprire una realtà nuova (anzi forse sarebbe meglio dire: osservare la realtà con nuove lenti…), la realtà micro e la realtà macro (in quale società viviamo?); - scegliere un territorio; - le persone con cui entrare in relazione; “E’ necessario uscire di casa. Fino a quando uno resta a casa sua, davanti alla televisione o alla sua famiglia, pensando solo ai suoi interessi, non riesce a vedere niente”. |
Ovvero - vedere meglio la realtà che ci è stata “disvelata”; - conoscere i dati del territorio (fare quella che si chiamava epidemiologia) - E poi veder che cosa si può cambiare (i dati da cambiare). “Comincio a vedere che ogni persona non è un albero che cammina, ma che può essere un soggetto di vita e di uguaglianza sul territorio”. |
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3. Articular |
4. Poner en marcha |
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Non vuol dire semplicemente fare qualcosa per i poveretti, fare l’elemosina, vuol dire fare piani e progetti che abbiano articolazioni, gambe perché non siano parole vuote ma possano realizzare OPERE che suscitino vita e speranza nel territorio. |
E’ il passaggio all’azione concreta per cui, attraverso il tentativo di cambiare i dati della situazione, siano possibili le 3 fasi: 1. il passaggio da oggetto a soggetto, cioè il provare a cambiare MENTALITA’; 2. Costruire una nuova ETICA, cioè una nuova maniera di comportarsi (un nuovo modello di relazioni tra umani); 3. Attraverso una nuova SCIENZA, cioè attraverso un nuovo modo per conoscere la realtà e attraverso nuovi metodi e strumenti di azione (la nostra pedagogia). |
Questi passaggi potranno poi essere articolati nei due gruppi secondo le loro specificità e rivisti insieme attraverso dei momenti di riflessione/formazione comuni durante l’anno.